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10 Marzo: 65 anni dall'occupazione cinese, ma la bandiera tibetana sventola ancora





La data del 10 marzo 1959 segna un evento cruciale e drammatico nella storia del Tibet.

L’intera popolazione di Lhasa insorse contro l’occupazione militare cinese; nella repressione che seguì 87.000 tibetani vennero brutalmente uccisi.


Da allora, i tibetani in tutto il mondo ricordano il 10 marzo come la giornata dell’Insurrezione Nazionale Tibetana.  Ancora oggi, dopo 65 anni, la situazione in Tibet rimane gravissima.

La politica ferrea cinese di assimilazione della popolazione e di distruzione delle radici culturali e spirituali del Tibet prosegue sena esitazioni e revisioni da parte del regime di Pechino.

La Repubblica Popolare Cinese, tra l’altro, sta portando avanti un temibile progetto d’indottrinamento dei giovani tibetani sin dalla tenera età obbligando più di un milione di bambini a frequentare le “scuole” coloniali cinese, diffuse capillarmente, dove i bambini, strappati per lunghi periodi alle loro famiglie, subiscono un lavaggio del cervello volto a cancellare la propria identità e ad assimilare la lingua mandarina, la sola utilizzata, e la cultura han come pilastri della propria educazione.

Oltre a questo procedono silenziosamente spediti progetti devastanti di sfruttamento dell’immenso territorio tibetano, totalmente vergine fino all’invasione cinese: deforestazione selvaggia, già iniziata negli anni ottanta, apertura di nuove miniere e mega progetti di sfruttamento delle risorse idriche nelle aree himalayane.

Quello che appare essere il più devastante è certamente la superdiga di Derge nella prefettura di Kardze, Sichuan.                                                          La superdiga, che sbarrerà il fiume Brahmaputra, si trova in uno dei terreni più insidiosi del mondo e in un’area ritenuta a lungo impraticabile, ma non per le truppe cinesi.                      

La zona è quella in cui il Brahmaputra, conosciuto dai tibetani come Yarlung Tsangpo, scende di quasi 3.000 metri compiendo una brusca virata verso sud e poi entrando in India.  Profonda due volte il Grand Canyon, la gola del Brahmaputra raccoglie la più grande riserva d’acqua non ancora sfruttata dell’Asia, mentre la caduta precipitosa del fiume crea una delle più grandi concentrazioni di energia fluviale sulla Terra.  La gigantesca diga in costruzione, tuttavia, è il progetto più rischioso al mondo, poiché viene realizzata in un’area sismicamente molto attiva.

Ciò la rende potenzialmente una gigantesca bomba d’acqua per le zone a valle, che si trovano in India e in Bangladesh. Per fare un esempio ben noto, il terremoto del Sichuan del 2008, lungo il margine orientale dell’Altopiano tibetano, ha ucciso 87 mila persone e ha attirato l’attenzione internazionale sul fenomeno della sismicità innescata dai bacini idrici.  Inoltre la costruzione della diga cancellerà interi villaggi e antichi monasteri tibetani. Pochi giorni fa la polizia cinese ha arrestato circa mille tibetani tra cui molti monaci che protestavano contro il devastante progetto.

I tibetani, ogni giorno, lottano per conservare la propria identità e la propria dignità contro la repressione e la violenza senza fine del regime coloniale cinese.

Le notizie che ci giungono dall’interno del Tibet raccontano storie di distruzione dell’ambiente naturale, di soppressione della lingua e della cultura tibetana, di discriminazione e arresti arbitrari, di persecuzioni, torture e condanne a morte senza processi, di urbanizzazione forzata dei nomadi, di progetti di sviluppo folli e devastanti.

Grazie alla guida lungimirante di Sua Santità il Dalai Lama e alla stima e al prestigio di cui gode in ogni parte del mondo, la causa tibetana e le speranze di un intero popolo sono ancora vive.

Le proposte ragionevoli di arrivare attraverso il dialogo alla definizione e implementazione di una genuina autonomia per il popolo tibetano, rimangono ancora inascoltate.

La Comunità Tibetana in Italia, l’Associazione Donne Tibetane, l’Associazione Italia-Tibet assieme a tutti gli amici, gruppi, centri religiosi sostenitori della Causa Tibetana, ricordano questa data a Milano domenica 10 marzo.

Dalle 14 e 30 ci si radunerà in Piazza Castello. Da qui partirà la marcia pacifica fino a Piazza del Duomo dove si avvicenderanno i relatori con i loro interventi.

Gli organizzatori chiedono accoratamente agli uomini politici, ai sindaci, ai giornalisti, agli uomini di cultura e ai membri della società civile che hanno a cuore i diritti umani di tutti i popoli della terra, di unirsi a loro in questa protesta fortemente simbolica non solo per tibetani, ma per tutti coloro che in questo momento sulla terra vedono la loro patria usurpata e il loro diritti umani calpestati.


Vi aspettiamo a Milano


Tibet Libero !


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